Il lato oscuro della rete

Pubblicato: 19 ottobre 2012 in Curiosità, Social Network, Tecnologia
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Recentemente i mezzi di informazione hanno riportato l’ultima impresa del gruppo hacktivist Anonymous, un team di hackers che ha reso pubblico nome e cognome di uno stalker colpevole di aver indotto al suicidio una quindicenne canadese. Non è la prima volta che Anonymous dichiara guerra ai pedofili e ad altre categorie di surfers da lui ritenute immorali o dannose. Una delle prime operazioni del gruppo fu rivolta proprio contro i pervertiti online. Nel 2011 vennero oscurati 40 siti pedopornografici e pubblicati i nomi di 1500 persone coinvolte nel traffico di materiale simile. Il sito Lolita City venne abbattuto e 100 GB di immagini pedopornografiche vennero distrutte. Un successo che procurò ad Anonymous appoggio e simpatie da ogni parte della rete.
Meno conosciuto ai più è il “luogo” dove questa guerriglia si svolge. Il Deep Web (chiamato anche Deepnet, Invisible Web, Undernet etc…). Questa parte del World Wide Web, profonda e oscura, è rappresentata da tutti quei contenuti che non sono indicizzati dai motori di ricerca che usiamo quotidianamente. Il motivo per cui questi contenuti non possono essere rintracciati, attraverso i normali sistemi di ricerca, è dovuto al fatto che queste pagine si creano dinamicamente nel momento in cui qualcuno svolge una specifica ricerca su un database. Prima non esistono. Tu le cerchi e si animano. Sembra l’incipit di un racconto di fantascienza ma è tutto estremamente reale.

Le dimensioni di questo lato oscuro sono impressionanti. Sulla base di estrapolazioni elaborate dall’Università di Berkeley, in California, si stima che il web nascosto comprenda almeno 300.000 siti e che 14.000 di questi siano riconducibili alla parte russa della rete. Ulteriori ricerche sembrano quantificare per il Deep Web uno “spazio” dalle 3 alle 4 volte più esteso della sua parte in superficie ma anche la distinzione tra cosa sia profondo e in superficie va assumendo contorni sempre più sfumati. Alcuni si domandano se Twitter stesso possa essere definito parte della rete o di qualcosa d’altro.

Certo è che anche la storia del Deep Web e del software che ne sta all’origine è impressionante e anche un po’ inquietante. Tutto risale a più di 15 anni orsono quando uno studente irlandese con una passione per le invenzioni arrivò all’Università di Edinburgo per studiare intelligenza artificiale e informatica. Il suo progetto di Tesi si chiamava “Sistemi di archiviazione e ricerca per informazioni distribuite e decentralizzate” ma qualcuno avrebbe potuto mettere un sottotitolo alquanto più chiaro: come usare internet senza essere identificati. Neanche a dirlo i luminari dell’università diedero un B al progetto di Clarke. Non avevano capito il sottotitolo.

Nel 2000 Clarke realizzo pubblicamente il suo software con il nome di Freenet che in una dozzina d’anni è stato scaricato almeno 2 milioni di volte. Qualunque siano state le implicazioni della diffusione di questo software e delle evoluzioni che ha avuto una cosa è certa. In rete la Corsa all’Oro è ben lontana dalla fine. Così mentre le multinazionali proprietarie dei motori di ricerca più conosciuti sembrano restie a muoversi verso il profondo web, altri newcomers, come Kosmix, stanno dandosi da fare per rendere Internet più trasparente o perlomeno per portare i bravi ragazzi allo stesso livello di quelli cattivi.

Chi vincerà? Io non ho dubbi: nessuno.

Mario Calcagno

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commenti
  1. Mose ha detto:

    Bel pezzo… Complimenti!

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