QUEL CHE NESSUNO VUOLE RICORDARE

Pubblicato: 17 ottobre 2012 in Società
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Il 16 ottobre del 1943 fu il “sabato nero” del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invasero le strade del Portico d’Ottavia e rastrellarono 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco. Solo quindici uomini e una donna ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato. Non è un bel ricordo ma è necessario non dimenticare. E infatti questo è quello che oggi giustamente si è fatto sui mezzi d’informazione online e offline e sui social network.

Ma ci sono abomini che nessuno vuole ricordare e che anzi tutti quanti i mezzi di comunicazione sembrano incoraggiarci a dimenticare. Sarà per il fatto che oggi la parola ricordo si è affacciata alla mia mente più spesso del solito, sarà per caso ma alla fine mi è tornata alla mente un’altra storia estremamente tragica e molto più recente.

La memoria è andata a un articolo di copertina della rivista «Time» del 5 giugno 2006 che era intitolato La guerra più micidiale del mondo. Ho ricordato che forniva una documentazione dettagliata sulla morte di circa quattro milioni di persone nella Repubblica democratica del Congo a causa delle violenze politiche verificatesi nell’ultimo decennio. E ho ricordato, come lo stesso Time sottolineò, che a parte gli interventi di un paio di lettori, l’articolo non produsse traccia di indignazione umanitaria. La domanda che mi sono fatto è ovvia. Perché?

Come mai ne sappiamo così poco di quella storia? Come mai la sentiamo tanto lontana? E’ come se un meccanismo di filtraggio avesse impedito alla notizia di entrare nel nostro spazio emotivo con tutta la sua forza d’impatto. Per dirla in modo cinico, il «Time» aveva scelto le vittime sbagliate nella lotta per l’egemonia della sofferenza. Avrebbe dovuto attenersi all’elenco dei soliti sospetti: la difficile situazione delle donne musulmane o il modo in cui i parenti delle vittime dell’ 11 settembre hanno elaborato il lutto o gli episodi di deportazione nazista.

Alla fine nessuno osa guardare apertamente in faccia la storia recente del Congo. Per i media, la morte di un bambino palestinese nella striscia di Gaza, per non parlare di quella di in israeliano o di un americano, vale mille volte più della morte di un anonimo congolese. E allora probabilmente oggi dobbiamo ricordare a noi stessi una spiacevole e inquietante verità. Anche il nostro senso di emergenza umanitaria è mediato, anzi sovra-determinato, spesso da evidenti considerazioni politiche.

Abbiamo il dovere di non dimenticare. Qualsiasi cosa ci vengano a raccontare. Non siamo liberi. Nemmeno di ricordare.

Mario Calcagno

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